Bruce Springsteen - WORKING ON A DREAM
Molti fan erano spaventati dall'arrivo di questo nuovo album di Springsteen. Colpa della vicinanza a “Magic”, uscito poco più di un anno fa. E colpa della title track che l'ha anticipato come singolo, che ha fatto sembrare a molti Springsteen un Phil Collins qualunque, con quella melodia facile e quell'inciso fischiettato davvero un po' kitsch.
Invece, sorpresa sorpresa, “Working on a dream” è un gran bel disco. Come ha fatto notare qualche fan nelle infinite discussioni in rete, non è il disco pop del Boss, e non è neanche un disco di scarti di “Magic”. Ne è invece la logica continuazione: inciso sempre con Brendan O'Brien e con la E Street Band, ne sviluppa le intuizioni melodiche e di arrangiamento di canzoni come “Girls in their summer clothes”.
Semplificando, “Working on a dream” è il disco “sixties” e “power-pop” di Springsteen: i riferimenti a Byrds, Beatles, Beach Boys, Roy Orbison si sprecano nelle 12 canzoni. Musicalmente, sono più arrangiate e ariose dei brani di “Magic” (che, a loro volta, oggi suonano molto, troppo compressi, quasi privi di dinamica. Un effetto delle “loudness wars”? Andatevi a leggere la voce su Wikipedia...).
Canzoni come “Suprise surprise” e “Life itself”, “Queen of the supermarket” e la title track (che alla fine cresce e cresce, e ti ritrovi a fischiettarla quando meno te lo aspetti...) giocano con le chitarrine arpeggiate e le melodie e gli impasti vocali tipici di quel periodo. Poi ci sono brani che fanno quasi storia a sé e rendono il tutto vario e divertente; come il rock di turno, “My lucky day”, il blues di “Good eye”, e la canzone più ambiziosa di tutte, “Outlaw Pete”, 8 minuti messi in apertura, con un andamento sinuoso, che mescola elementi che poi si ritrovano in giro per l'album in una struttura complessa, che sembra uscire dai primissimi dischi di Springsteen. In coda c'è “The wrestler”, che è una bonus track, non c'entra niente con il disco, ma è lì a ricordarci cosa sa fare quest'uomo, anche senza arrangiamenti e con una chitarra in mano.
Anche liricamente, “Working on a dream” è molto più solare. Springsteen ha sempre avuto la capacità di raccontare i tempi che corrono: “Magic” era il disco del periodo buio di una nazione che faceva fatica a ritrovare fiducia in se stessa, con i suoi uomini alla ricerca della “Long walk home”. Oggi quegli stessi uomini “lavorano ad un sogno”, e non è un caso che quella canzone sia stata presentata ad un comizio di Obama, e che questo disco esca poco dopo il suo insediamento. Marketing? Sicuramente, ma anche un gesto simbolico per raccontare gente che ritrova fiducia negli altri (un tema ricorrente in questi brani), che oggi sa sorridere delle proprie abitudini (“Queen of the supermarket”). Certo, poi fa un certa impressione avere tra le mani il quinto disco di nuove incisioni di Springsteen in poco più di 6 anni, a cui si aggiungono una raccolta di outtakes (il terzo CD dell'”Essential”), un box-ristampa, un live del '75 e uno del 2007, più diversi DVD. Non dubitiamo che molti si attaccheranno a questo appiglio e alla eccessiva melodia di quest'album, per criticarlo.
Certo, è più facile parlare bene dei dischi sofferti, e degli artisti che pubblicano poco. Ma “Working on a dream” è un disco solo apparentemente “leggero”, e comunque di quella leggerezza che è propria della grande musica: davvero un bel modo di incominciare l'anno.
TRACKLIST:
"Outlaw Pete"
"My lucky day"
"Working on a dream"
"Queen of the supermarket"
"What love can do"
"This life"
"Good eye"
"Tomorrow never knows"
"Life itself"
"Kingdom of days"
"Surprise, surprise"
"The last carnival"
"The wrestler"
Giusy Ferreri - GAETANA
Lo si può dire senza dover storcere il naso, senza preamboli o senza giustificazioni: la canzone che apre “Gaetana”, il disco di Giusy Ferreri, la canzone che ci invita ad entrare nel suo mondo costruito – forse un po’ a tavolino? -, la canzone che dovrebbe servire ad invogliare l’ascoltatore a proseguire con i brani, è veramente una gran canzone.
Si intitola “L’amore e basta!”, con un bel punto esclamativo alla fine, come lo è un tutto il tono della canzone: esclamativa! Bello il testo e travolgente, anche se per poche parole, l’intervento di Tiziano Ferro. Una canzone sentita, sembrerebbe, che colpisce.
E quindi sì, ci siamo convinti ad ascoltarlo questo disco, a farci portare per mano attraverso “Novembre”, radiofonica quanto basta e con ingredienti perfetti (ritmo, arrangiamenti, cadenza) per mettere in risalto le capacità della Nostra, e “Stai fermo lì”, episodio melodico, interpretato più che cantato, ma meno convincente dei precedenti.
E allora passiamo ai successivi: lasciata in parte “Non ti scordar mai di me” che quasi non si riesce più a sentire per via della tempesta mediatica che ha – seppur meritato – subìto, si passa ad “Aria di vita”, inizialmente quasi lugubre, molto soul, ma anche questa sembra non centrare il bersaglio (sarà che sentire cantare dalla dolce Giusy “mondo di merda” non sta bene, non le riesce proprio…); “Passione positiva” riporta l’attenzione nuovamente viva. Non che sia un brano originalissimo, ma in questa veste hip hop, con contro cori e un’aria più sbarazzina e di sfida, Giusy si porta a casa un bel punto.
Su un tappeto rockeggiante parte “La scala (The ladder)”, che su una buona idea di sonorità e melodia sembra essere meno nelle corde di Giusy, come se all’inizio facesse fatica a calarsi nella parte, ma rimane comunque un episodio felice nel disco (sarà perché gliel’ha scritto Linda Perry delle 4 Non Blondes?). Con “Pensieri” si arriva al primo brano che porta la firma di Giusy, sua la musica sue le parole: “e chi è felice è pazzo”, canta così, e non è niente di sconvolgente e nemmeno niente di cattivo, ma è un pezzo che c’è.
E’ che arrivati a metà album si ha la percezione di due cose: primo che i brani non ritmati, non scanditi da quel soul che ha trovato casa nel corpo della Ferreri, sembrino un po’ tutti uguali, secondo che la voce di Giusy, così particolare, così graffiante, possa alla lunga dare noia.
“In assenza” (secondo brano di Giusy) ci distoglie però in breve tempo da queste considerazioni e ci fa assaporare una canzone immediata, malinconica, che trova la vera forza in buon ritornello che ne salva le sorti e ci spinge fino a “Il sapore di un altro”, introdotto da una chitarrina acustica che vede la firma dell’accoppiata Sergio Cammarriere - Tiziano Ferro. Ritorna lo zampino di Linda Perry con la seconda canzone scritta da lei, “Cuore assente (The la la song)”, che come preannunciato dal titolo in inglese si compone di una melodia molto pop – nonostante la voce di Giusy rimanga nostalgica e poco frizzante – e di un ritornello dal “la la la” fin già troppo sentito.
“Piove” è picchiettata al pianoforte, quasi come per simulare l’acqua che cade dal cielo, e bisogna ammettere che in questo brano la Nostra se la cava proprio bene: con un testo invitante, semplice ma popolare e con un ritornello davvero piacevole, “Piove” dà una scossa all’andatura un po’ stanca dell’album. Si finisce il giro di visite con “Party”, dance e incalzante, con giochi di parole maliziosetti (“Da una cura il disco parti”) ma che lascia il tempo che trova.
Finito il giro, non si ha forse voglia di farne subito un altro. Il disco lo si lascia lì un po’, quasi a decantare, quasi a prendere fiato, aria. E’ un album corposo che ha degli alti e bassi, molto pop e a tratti forse un po’ troppo malinconico, meno effervescente di quello che ci si poteva aspettare.
Detto ciò Giusy è una brava interprete, si sa muovere nelle sue canzoni e in quelle scritte da altri. Prima prova quasi superata quindi, l’aspettiamo curiosi per sentire la seconda.
TRACKLIST:
“L’amore e basta!”
“Novembre”
“Stai fermo lì”
“Non ti scordar mai di me”
“Aria di vita”
“Passione positiva”
“La scala (The Ladder)”
“Pensieri”
“In assenza”
“Il sapore di un altro no”
“Cuore assente (The la la song)”
“Piove”
“Il party”
Tratti da Rockol
Brunonia Barry - La lettrice bugiarda
È estate e l'oceano ruggisce al largo della città di Salem. Towner Whitney è tornata dove tutto è cominciato. La grande casa segnata dalla salsedine è avvolta dal silenzio. Eppure a Towner sembra ancora di vedere la sua gemella Lindley mentre, con lei, ride e legge il futuro secondo un'antica arte trasmessa di madre in figlia tra le strane donne della famiglia Whitney. Towner era fuggita da tutto ciò, prigioniera del senso di colpa e della follia. Perché l'ultima volta che aveva previsto il futuro, Lindley era morta. Quindici anni dopo, la scomparsa dell'amata zia Eva la costringe a fare ritorno. Per ritrovarla, Towner non ha altra scelta: deve affrontare il segreto che la lega indissolubilmente a Lindley. Un segreto che affonda le radici in un passato inconfessabile che molti, nel clan Whitney e nella chiusa comunità di Salem, hanno cercato di rimuovere. Dalla madre di Towner, May, una donna dura e solitaria, che vive su un'isola sperduta, alla fragile Emma, marchiata da una ferita indelebile, fino a Cal, un ambiguo predicatore. Quando il corpo di Eva viene restituito dalle onde e un'altra ragazza scompare, Towner capisce di essere precipitata di nuovo nell'incubo di quella calda estate di quindici anni prima. Circondata dalle chiacchiere e dai sospetti, non può fare affidamento che su sé stessa. È questa l'eredità che Eva le ha lasciato: scrutare il futuro e distinguere vero e falso, odio e amore, realtà e sogno. Solo allora il velo che offusca il suo destino si solleverà.
Donato Carrisi - Il Suggeritore
Il macabro ritrovamento di alcuni resti insinua l’angoscia tra la popolazione e apre la porta all’orrore per la squadra investigativa del Dipartimento di Scienze Comportamentali della Polizia federale, guidato dall’ispettore capo Roche, di cui fanno parte tre agenti, Sarah Rosa, Stern, Klaus Boris e, come consulente, lo psichiatra e criminologo Goran Gavila.
A loro si unisce l’investigatrice Mila Vasquez, specializzata nel ritrovamento di persone scomparse, in un’indagine ad alta tensione, in cui ogni omicidio viene usato per svelare un crimine ancora più efferato, sotto l’accurata regia di un suggeritore…
Ancor prima dell’uscita in libreria, questo romanzo ha provocato un vortice di ammirazione e attesa, tanto da essere già in via di pubblicazione nei maggiori paesi europei.
Non è solo un thriller scritto da un autore italiano agli esordi, che si confronta con un genere finora appannaggio dei grandi autori americani, reinventando le regole del gioco. È molto di più: è una storia che non dà tregua, che esplora la zona grigia fra il bene e il male fino a cogliere l’ultimo segreto, il minimo sussurro.
Qualcosa di sconvolgente è successo, qialcosa che richiede tutta l’abilità degli agenti della Squadra Speciale guidata dal criminologo Goran Gavila. Il loro è un nemico che sa assumere molte sembianze, che il mette costantemente alla prova in un’indagine in cui ogni male svelato porta con sé un messaggio. Ma soprattutto, li costringe ad affacciarsi nel buio che ciascuno si porta dentro. È un gioco di incubi abilmente celati, una continua sfida.
Sarà con l’attivo di Mila Vasquez, un’investigatrice specializzata nella caccia alle persone scomparse, che gli ingani sembreranno cadere uno dopo l’altro, grazie anche al legame speciale che comincia a formarsi fra lei e il dottor Gavila.
Ma un disegno oscuro è in atto, e ogni volta che la Squadra sembra riuscire a dare un nome al male, ne scopre un altro ancora più profondo…
Tratte da IBS
The Millionaire
(Slumdog Millionaire, UK/Usa, 2008)
Regia: Danny Boyle
Aiuto del pubblico, 50 e 50, telefonata a casa. Sono gli aiuti a disposizione di chi si siede davanti al presentatore di "Chi vuol essere milionario?" con l’intenzione di arrivare il più in alto possibile, magari diventare proprio milionario. Li conosciamo tutti, inutile dirlo, il già solo citarli ci mette nella condizione di prepararci ad una buona dose di suspanse visto che si scommette non solo sulla risposta giusta, ma anche sulla cultura del partecipante.
In questo caso, seduto davanti al Gerry Scotti indiano è il poco più che ventenne Jamal, il protagonista del nuovo film di Danny Boyle.
Il regista inglese già autore di "Trainspotting" e "The Beach", fedele al motto "ogni volta che mi cimento con un genere diverso, mi sento come all’esordio e riesco a dare più freschezza al racconto", stavolta è infatti volato in India (dove non era mai stato) per girare una favola tanto indiana nell’anima, quanto occidentale nell’occhio. I dodici quiz che vengono proposti a Jamal per arrivare alla meta finale sono, infatti, l’occasione per conoscere la storia di questo ragazzo nato paria, scampato a mille traversie, e ora aspirante paperone. La vita di un ragazzo che ha fatto del ricongiungimento con la sua amata Latika la sua ragione di vita e che è pronto a sacrificare tutto sé stesso in nome dell’amore.
Boyle ci racconta tutto questo come un thriller, fa un abile uso del flashback e tiene sulle spine qualsiasi spettatore giocando sulla credibilità del personaggio anziché sulla sua cultura. Dentro c’è uno dei fondamenti della cultura indiana, il karma, il destino inteso come frutto delle azioni (positive) della persona, ma anche i colori e il melodramma indiano, quella Bollywood che stiamo conoscendo sempre più. Ne esce un ibrido culturale affascinante, ritmato, un intrattenimento che ben calibra humour e thrilling lasciando comunque spazio a riflessioni ad ampio raggio sulle condizioni disumane che tanti ragazzini (non solo indiani) si trovano a dover affrontare quando lo stato latita e intorno i grandi non si fanno tanti scrupoli. Chissà che non sia questa la sorpresa ai prossimi Academy awards.
Madagascar 2
(Madagascar 2, Usa, 2008)
Regia: Eric Darnell, Tom McGrath
Quando si è guidati da quattro pinguini che, per quanto organizzati e efficienti siano, rimangono comunque degli improbabili ingegneri, è facile che i progetti di fuga in nave o in aereo non vadano a buon fine. Così capita ai protagonisti di Madagascar, i quattro animali scappati dallo zoo di NewYork e che ora si ritrovano non più nell’Africa insulare che diede il nome alla loro prima avventura, ma in quella sub sahariana che probabilmente diede i natali a molti di loro. Sicuramente di Alex il leone, che lì ritrova finalmente quei genitori da cui fu strappato e che ora sono ben felici di riprenderlo nel branco. Ma non tutto va come dovrebbe andare...
Il secondo episodio di quello che è stato uno dei maggiori successi cinematografici per un cartone animato non Disney-Pixar (questo è Dreamworks) è un film più ricco di trama (rispetto al precedente) e, allo stesso tempo, più libero di divagare sulle situation comedy e insistere sui suoi personaggi "forti". Gli irresistibili pinguini hanno più spazio, la testarda vecchietta della metropolitana è stavolta il perno di una vera e propria storia, il remix dell’accattivante ritornello "I like to move, move it" viene subito utilizzato per dare brio alla vicenda e il Re Julian ne combina di tutti i colori. Sui quattro originali protagonisti della vicenda, leone, giraffa, zebra e ippopotamo, si fa gioco invece sulla "operazione nostalgia": li vediamo assieme, di spalle, sul panorama al tramonto e si insiste su un legame intra-razziale che solo degli animali che sono stati uniti in uno zoo possono provare, ricordando al contempo che la loro vera natura sarebbe stata quella di vivere ognuno tra i propri simili nel nativo continente nero (recuperando la brutta impressione che aveva dato il primo episodio, quando sembrava che lo zoo fosse in definitiva il miglior luogo possibile per la combriccola). Ne esce un racconto ricco di umorismo, apprezzabile sia dai più piccoli che, forse di più, dagli adulti. Molta comicità è volutamente non sense, il richiamo alle tematiche di Lost o al modus vivendi newyorkese è tanto spassoso quanto apprezzabile solo da chi ama la comicità americana alla Woody Allen (non che si raggiungano quelle vette, ma quello è il modello), a scapito di risate più legate allo slapstick. Quanto a articolazione della trama, resa grafica e genialità, siamo ancora lontani dai capolavori Pixar, ma il piacere che comunque un film del genere dà ad uno spettatore è ben al di sopra di tante pellicole più o meno impegnate con attori in carne ed ossa.
Tratte da FilmUp
BOLOGNA - Il Bologna di Sinisa Mihajlovic ha costruito il settimo pareggio, ma se da una parte è ancora imbattuto, da un’altra contro il Chievo ha sbagliato la partita che poteva essere quella della svolta. Che fosse una domenica complicata per il Bologna era intuibile, primo perché a Bologna quelli del Chievo si giocavano la vita, secondo perché quando hai alle spalle una lunga sosta finisci inevitabilmente per perdere i giusti ritmi e anche la giusta tensione agonistica, e una volta sul campo i giocatori rossoblù se ne sono resi conto da subito, trovando sempre la strada sbarrata sia sui sentieri centrali che su quelli laterali. Un po’ per le loro colpe, certo, perché si sono fatti prendere troppo presto dalla frenesia di mettere sotto il Chievo e di far finire agli archivi la domenica, ma anche per le colpe dello stesso Chievo. Che soprattutto nel primo tempo ha aggredito il Bologna (modellato sul 4-4-2) da tutte le parti, che è stato bravo a rendere difficili anche con Pellissier ed Esposito le ripartenze della squadra di Mihajlovic e che ha saputo sempre abbassarsi con tanti uomini nella fase di non possesso palla. Morale: al Bologna sarebbe servita una bella dose di lucidità per trovare il pertugio giusto entro il quale infilarsi, ma dopo un avvio confortante ecco che con il passare dei minuti i rossoblù si sono intestarditi a cercare sfondamenti improbabili, soprattutto sul binario destro, e a portare troppo il pallone invece di scaricarlo, finendo solo per fare il gioco del Chievo, nonostante a Di Carlo mancassero i due centrocampisti titolari, Bentivoglio e Italiano. E rischiando addirittura un paio di volte di prendere gol, quando con un passaggio facile facile avrebbero potuto uscire dalla loro area con la sigaretta in bocca.
Al minuto 41 Mihajlovic ha tolto Marchini per impiegare Adailton come esterno destro alto, volendo assicurare più qualità al Bologna, ma pochi attimi più tardi Pellissier ha anticipato di testa amici e nemici, e a quel punto Mihajlovic ha buttato il cappotto per terra, rimanendo in giacca, forse anche per suonare la carica. E c’è da dire che il Bologna ha avuto la fortuna di agguantare il pari prima del- l’intervallo, perché se fosse andato negli spogliatoi sotto di un gol avrebbe di sicuro vissuto un seconda parte tremenda anche a livello psicologico. E’ successo che al minuto 45 Moro ha atterrato in area Di Vaio, calcio di rigore, e lo stesso Di Vaio ha battuto Sorrentino, firmando il suo gol numero 13, quello del primato solitario nella classifica dei cannonieri.
Nel secondo tempo il Bologna ha dato l’impressione di aver capito la lezione e di sapere come il Chievo doveva essere attaccato, ma è stato un fuoco di paglia, perché dietro Yepes e Morero non hanno sbagliato un colpo e perché gli uomini di Mihajlovic sono spesso mancati nella penultima giocata. Più che la partita è andata avanti più il Bologna e il Chievo si sono allungati sul campo, sapendo bene che solo la vittoria avrebbe potuto consentire a tutti e due di sorridere alla fine della giostra. A un certo punto Mihajlovic ha cambiato faccia al Bologna sul piano tattico, disegnandolo con i tre centrocampisti centrali e con Adailton alle spalle di Bernacci e Di Vaio, ma la musica è rimasta la stessa. Antonioli è stato bravo a ribattere in uscita una conclusione di Esposito, poi Amoroso ha preso il posto di Valiani. Al minuto 36 Mudingayi si è fatto buttare fuori per un fallo da dietro su Luciano, e con l’uomo in meno il Bologna ha pensato soprattutto a non subìre gol. Mingazzini ha rilevato Bernacci e sull’altro fronte D’Anna ha sostituito Rigoni. Nell’ultima fetta della partita il Chievo ha provato a costruire un mezzo assalto, chiudendo il Bologna nella sua metà campo, ma all’atto pratico non è mai stato pericoloso. Alla fine la gente di Bologna ha fischiato la squadra.
Tratta da Corrieredellosport.it
Quarta stop consecutivo per la Premiata, che proprio a Bologna (sponda Virtus) mette in discussione la partecipazione alle final eight di coppa Italia. Vittoria scaccia fantasmi, invece, dopo il -26 di Siena, per La Fortezza, con un super Langford (m.v.p., 11 rimbalzi, 4 stoppate, 8/11 73% dal campo) nel motore dei bolognesi. La partenza è lenta per entrambe, esclusa la solitaria fiammata iniziale di Ford (7 punti) per il 9-4. Poco ritmo anche nel 2° quarto, tuttavia i locali, sorretti da un positivo Giovannoni e guidati da un Boykins versione diesel, hanno il merito di fornire un’accelerata alla gara e con un parziale di 10-1 scappano sul +11 (38-27 al 18'16"). Una fortunosa tripla di Hunter sulla sirena dei 24" è l’ultimo canestro prima dell'intervallo lungo, per il 41-35. Montegranaro, aggrappata alla prepotenza fisica di Hunter (11 rimbalzi) rimane in scia, giungendo sul -2 al 27'25" con il canestro pesante di Garris (51-49). Ma quando Langford mette la sesta marcia e giungono pure i punti di Vukcevic (3/3 da 3) dalla panchina, i bianconeri piazzano il break decisivo (19-6 dal 28' al 35') che li portano sul +15 (70-55). Hunter si sgonfia, limitato dalla stazza di Chiacig, Minard si sveglia tardi, così La Fortezza chiude sul velluto (+17 al 36'30", 77-60).
La Fortezza Bologna: Langford 18, Boykins 12, Giovannoni 11, Vukcevic 11, Chiacig 11
Montegranaro: Hunter 21, Minard 17, Garris 10
Tratto da Gazzettadellosport.it
LECCE - E’ finita con uno zero a zero che né il Lecce né il Bologna avrebbero desiderato, anche se a giochi chiusi per il Bologna non è un risultato da guardare storto, ma di sicuro un pareggio con gol avrebbe meglio rispecchiato l’andamento della partita - decisamente condizionata, in negativo, da un fortissimo vento - perché il Bologna lo ha accarezzato almeno per due volte e ha giocato meglio per una sessantina di minuti e perché il Lecce ha pensato di aver fatto tre volte bingo dopo che sono entrati a metà della seconda parte Zanchetta e Castillo, con l’attaccante che ha cambiato faccia alla sua squadra, assicurando forza, centimetri e anche la giusta profondità. A dire la verità, il gol il Bologna lo aveva segnato, a pochi attimi dalla fine con Di Vaio, ma una bandierina alzata che farà discutere ha indotto Morganti ad annullarlo. Il Lecce, da parte sua, è stato tradito da Tiribocchi, che ha copiato l’errore madornale che aveva commesso Bombardini.
Qualche sussulto colorato di giallo e rosso, una conclusione di Tiribocchi finita fuori di poco e un paio di interventi importanti di Terzi e Moras nelle vicinanze di Antonioli, ma come preteso da Mihajlo- vic il Bologna è stato propositivo da subito, perché ha riattaccato il Lecce sia in mezzo che sui lati, perché con il rombo a centrocampo è entrato sempre più dentro la partita con il passare dei minuti, costringendo il Lecce a stare basso e ad allungarsi, con la conseguenza che davanti Tiribocchi e Cacia sono stati serviti poco e male. Bombardini si è mangiato con il destro, che non è il suo piede, un gol che sembrava fatto, Moras ha deviato alto un appoggio di testa di Terzi. Il Lecce è stato bravo a superare questi 5’ complicati, ha reagito, ha alzato di una decina di metri il suo baricentro, avvicinandosi di più all’area di Antonioli, ma non è andato al di là di un tiro fuori da buona posizione di Cacia, dopo un errore di Terzi. In pratica, la prima parte è finita qua.
Dopo i fischi alla fine del primo tempo, la gente di Lecce ha urlato alla sua squadra di tirare fuori il carattere, e il Lecce ha preso alla lettera questo suggerimento. Roba di una decina di minuti, perché poi il Bologna ha provato a invadere di nuovo l’altra metà campo, ma Di Vaio ha continuato a essere meno... Di Vaio del solito e anche Valiani non ha trovato la giocata.
Al 19’ Cacia ha graziato Antonioli, poi Beretta ha buttato dentro Zanchetta e Castillo (per Munari e Cacia) e il Lecce ha subito creato due occasioni, grande parata di Antonioli su Castillo e Tiribocchi ha calciato alto a porta vuota, poi Castillo ha colpito la traversa da fuori area. Terzi ha ribattuto un tiro a colpo sicuro di Tiribocchi, Adailton ha preso il posto di Valiani (una sottolineatura: nonostante la burrasca, Mihajlovic ha aggiunto un attaccante), poi il Lecce ha ripreso a spingere. Nell’area di Antonioli sono piovuti un paio di palloni avvelenati, ma hanno avuto la meglio i difensori. Sulla testa del Lecce sono arrivati ancora fischi, mentre i pochi tifosi rossoblù hanno regalato applausi al Bologna di Mihajlovic, ancora imbattuto in campionato, sei pari e una vittoria.
Tratta da Corrieredellosport.it
Uno strepitoso ultimo quarto di Jaycee Carroll (14 punti) permette a Teramo un colpaccio clamoroso in casa della Virtus, che affonda insieme al suo leader Boykins, perfetto per tre quarti di gara ma ncapace di gestire con freddezza i momenti decisivi. La Tercas impreziosisce così il suo strepitoso campionato con un'altra perla che la proietta tra le inseguitrici di Siena. Per la La Fortezza secondo stop consecutivo che deve fare riflettere: la Montepaschi è ancora lontana. Solo dopo 8' Boniciolli si decide ad abbassare il suo quintetto di colossi, quando Teramo è già a +16 (8-24). La Tercas sfrutta a suo favore la differenza di centimetri: ritmi alti, triple a raffica (4), con Poeta, Carroll, Moss e Amoroso tagliano a fette la difesa bianconera. Ma quando anche la Virtus mette in campo i cinque da corsa, la gara ribalta il suo copione. Protagonista assoluto Langford, ormai il miglior sesto uomo del campionato, che con 10 punti in meno di 5' innesca il parziale di 16-4 che vale la parità (28-28). Ci mette del suo anche Vukcevic con due giochi da quattro punti, mentre lo stacco del +7 (40-33) è firmato da Arnold, Ford e Boykins, che manda in confusione Poeta. Si va al riposo con La Fortezza sopra di 4 (48-44), ma Teramo fatica a stare a ruota. Nel terzo quarto, il match non si spacca solo perché Boniciolli richiama a sedere Boykins (terzo fallo), ma al ritorno in campo dell'ex Nba, la Virtus schizza a +9 (61-52). Sembra fatta e invece ecco il colpo di scena: stringendo un po' la difesa e spuntando tiri pesanti la Tercas spreme un break di 10-2 che la rimette clamorosamente nel match -2 (61-59) al 32' e al 38' (74-72). A 1'15" dalla sirena Carroll imbuca la tripla del vantaggio (76-77). E poi, con un sottomano, chiude il conto.
Bologna: Boykins 17, Arnold 13, Langford 12, Vukcevic 12
Teramo: Carroll 24, Moss 21, Amoroso 12
Tratto da Gazzettadellosport.it
BOLOGNA - La prima vittoria di Sinisa Mihajlovic, dopo cinque pareggi di fila, nella notte del ritorno di Walter Novellino sulla panchina del Torino. E’ finita 5-2, tre gol di Marco Di Vaio (che ha agguantato Diego Milito nella classifica dei cannonieri), è finita con una festa tutta colorata di rosso e di blu, ma quante sofferenze ha dovuto vivere il Bologna. Che nel primo tempo è andato sotto dopo pochi attimi ed essendo pieno di esterni e senza pensatori in mezzo al campo, ha fatto inevitabilmente fatica. Qua è stato bravo Mihajlovic, che lo ha rivoltato sul piano tattico e azzeccato tutti i cambi, con Volpi e Bernacci che sono diventati protagonisti da subito, di fronte a un Torino che dopo essere passato per la seconda volta in vantaggio, fate conto che sia sprofondato, evidenziando tutti i suoi attuali limiti in copertura e soprattutto in difesa. Bisogna riconoscere che ancora una volta il Bologna ha dimostrato di avere un grande carattere, perché ha saputo soffrire negli attimi della burrasca e poi è esploso, quando il vento ha cominciato a girare dalla sua parte.
CASERTA, 13 dicembre 2008 - La Eldo si esalta nelle difficoltà e nell'emergenza e batte 78-68 la corazzata Bologna. Senza "Superman" Guillermo Diaz, Caserta trova un ottimo Horace Jenkins (molto migliorato rispetto alla precedente partita nella quale era sembrato la controfigura dell'ex giocatore della Fortitudo) e intravede il vero Foster (19 punti, 4 rimbalzi e 5 palle recuperate). Gli ospiti invece incassano la terza sconfitta stagionale che frena la rincorsa alla capolista Siena.
REGGIO CALABRIA - Strana partita. Lampi di spettacolo, soprattutto in occasione dei gol, ma anche lunghe pause di sofferenza. Sfida delicata, carica di eccessivi significati. La Reggina l'ha giocata meglio, se non altro perchè ha avuto il merito di avere creato sei palle gol. Il Bologna ha messo in mostra carattere e alcune pregevolezze tecniche (soprattutto in Valiani e Di Vaio), ma ha fatto vedere i soliti problemi difensivi e la mancanza di potenza in un centrocampo che ha avuto nel solo Mudingayi un argine valido all'avanzata dei rivali.