venerdì, 16 gennaio 2009, ore 18:12

Bruce Springsteen - WORKING ON A DREAM

Molti fan erano spaventati dall'arrivo di questo nuovo album di Springsteen. Colpa della vicinanza a “Magic”, uscito poco più di un anno fa. E colpa della title track che l'ha anticipato come singolo, che ha fatto sembrare a molti Springsteen un Phil Collins qualunque, con quella melodia facile e quell'inciso fischiettato davvero un po' kitsch.
Invece, sorpresa sorpresa, “Working on a dream” è un gran bel disco. Come ha fatto notare qualche fan nelle infinite discussioni in rete, non è il disco pop del Boss, e non è neanche un disco di scarti di “Magic”. Ne è invece la logica continuazione: inciso sempre con Brendan O'Brien e con la E Street Band, ne sviluppa le intuizioni melodiche e di arrangiamento di canzoni come “Girls in their summer clothes”.
Semplificando, “Working on a dream” è il disco “sixties” e “power-pop” di Springsteen: i riferimenti a Byrds, Beatles, Beach Boys, Roy Orbison si sprecano nelle 12 canzoni. Musicalmente, sono più arrangiate e ariose dei brani di “Magic” (che, a loro volta, oggi suonano molto, troppo compressi, quasi privi di dinamica. Un effetto delle “loudness wars”? Andatevi a leggere la voce su Wikipedia...).
Canzoni come “Suprise surprise” e “Life itself”, “Queen of the supermarket” e la title track (che alla fine cresce e cresce, e ti ritrovi a fischiettarla quando meno te lo aspetti...) giocano con le chitarrine arpeggiate e le melodie e gli impasti vocali tipici di quel periodo. Poi ci sono brani che fanno quasi storia a sé e rendono il tutto vario e divertente; come il rock di turno, “My lucky day”, il blues di “Good eye”, e la canzone più ambiziosa di tutte, “Outlaw Pete”, 8 minuti messi in apertura, con un andamento sinuoso, che mescola elementi che poi si ritrovano in giro per l'album in una struttura complessa, che sembra uscire dai primissimi dischi di Springsteen. In coda c'è “The wrestler”, che è una bonus track, non c'entra niente con il disco, ma è lì a ricordarci cosa sa fare quest'uomo, anche senza arrangiamenti e con una chitarra in mano.
Anche liricamente, “Working on a dream” è molto più solare. Springsteen ha sempre avuto la capacità di raccontare i tempi che corrono: “Magic” era il disco del periodo buio di una nazione che faceva fatica a ritrovare fiducia in se stessa, con i suoi uomini alla ricerca della “Long walk home”. Oggi quegli stessi uomini “lavorano ad un sogno”, e non è un caso che quella canzone sia stata presentata ad un comizio di Obama, e che questo disco esca poco dopo il suo insediamento. Marketing? Sicuramente, ma anche un gesto simbolico per raccontare gente che ritrova fiducia negli altri (un tema ricorrente in questi brani), che oggi sa sorridere delle proprie abitudini (“Queen of the supermarket”). Certo, poi fa un certa impressione avere tra le mani il quinto disco di nuove incisioni di Springsteen in poco più di 6 anni, a cui si aggiungono una raccolta di outtakes (il terzo CD dell'”Essential”), un box-ristampa, un live del '75 e uno del 2007, più diversi DVD. Non dubitiamo che molti si attaccheranno a questo appiglio e alla eccessiva melodia di quest'album, per criticarlo.
Certo, è più facile parlare bene dei dischi sofferti, e degli artisti che pubblicano poco. Ma “Working on a dream” è un disco solo apparentemente “leggero”, e comunque di quella leggerezza che è propria della grande musica: davvero un bel modo di incominciare l'anno.

TRACKLIST:
"Outlaw Pete"
"My lucky day"
"Working on a dream"
"Queen of the supermarket"
"What love can do"
"This life"
"Good eye"
"Tomorrow never knows"
"Life itself"
"Kingdom of days"
"Surprise, surprise"
"The last carnival"
"The wrestler"

Giusy Ferreri - GAETANA

Lo si può dire senza dover storcere il naso, senza preamboli o senza giustificazioni: la canzone che apre “Gaetana”, il disco di Giusy Ferreri, la canzone che ci invita ad entrare nel suo mondo costruito – forse un po’ a tavolino? -, la canzone che dovrebbe servire ad invogliare l’ascoltatore a proseguire con i brani, è veramente una gran canzone.
Si intitola “L’amore e basta!”, con un bel punto esclamativo alla fine, come lo è un tutto il tono della canzone: esclamativa! Bello il testo e travolgente, anche se per poche parole, l’intervento di Tiziano Ferro. Una canzone sentita, sembrerebbe, che colpisce.
E quindi sì, ci siamo convinti ad ascoltarlo questo disco, a farci portare per mano attraverso “Novembre”, radiofonica quanto basta e con ingredienti perfetti (ritmo, arrangiamenti, cadenza) per mettere in risalto le capacità della Nostra, e “Stai fermo lì”, episodio melodico, interpretato più che cantato, ma meno convincente dei precedenti.
E allora passiamo ai successivi: lasciata in parte “Non ti scordar mai di me” che quasi non si riesce più a sentire per via della tempesta mediatica che ha – seppur meritato – subìto, si passa ad “Aria di vita”, inizialmente quasi lugubre, molto soul, ma anche questa sembra non centrare il bersaglio (sarà che sentire cantare dalla dolce Giusy “mondo di merda” non sta bene, non le riesce proprio…); “Passione positiva” riporta l’attenzione nuovamente viva. Non che sia un brano originalissimo, ma in questa veste hip hop, con contro cori e un’aria più sbarazzina e di sfida, Giusy si porta a casa un bel punto.
Su un tappeto rockeggiante parte “La scala (The ladder)”, che su una buona idea di sonorità e melodia sembra essere meno nelle corde di Giusy, come se all’inizio facesse fatica a calarsi nella parte, ma rimane comunque un episodio felice nel disco (sarà perché gliel’ha scritto Linda Perry delle 4 Non Blondes?). Con “Pensieri” si arriva al primo brano che porta la firma di Giusy, sua la musica sue le parole: “e chi è felice è pazzo”, canta così, e non è niente di sconvolgente e nemmeno niente di cattivo, ma è un pezzo che c’è.
E’ che arrivati a metà album si ha la percezione di due cose: primo che i brani non ritmati, non scanditi da quel soul che ha trovato casa nel corpo della Ferreri, sembrino un po’ tutti uguali, secondo che la voce di Giusy, così particolare, così graffiante, possa alla lunga dare noia.
“In assenza” (secondo brano di Giusy) ci distoglie però in breve tempo da queste considerazioni e ci fa assaporare una canzone immediata, malinconica, che trova la vera forza in buon ritornello che ne salva le sorti e ci spinge fino a “Il sapore di un altro”, introdotto da una chitarrina acustica che vede la firma dell’accoppiata Sergio Cammarriere - Tiziano Ferro. Ritorna lo zampino di Linda Perry con la seconda canzone scritta da lei, “Cuore assente (The la la song)”, che come preannunciato dal titolo in inglese si compone di una melodia molto pop – nonostante la voce di Giusy rimanga nostalgica e poco frizzante – e di un ritornello dal “la la la” fin già troppo sentito.
“Piove” è picchiettata al pianoforte, quasi come per simulare l’acqua che cade dal cielo, e bisogna ammettere che in questo brano la Nostra se la cava proprio bene: con un testo invitante, semplice ma popolare e con un ritornello davvero piacevole, “Piove” dà una scossa all’andatura un po’ stanca dell’album. Si finisce il giro di visite con “Party”, dance e incalzante, con giochi di parole maliziosetti (“Da una cura il disco parti”) ma che lascia il tempo che trova.
Finito il giro, non si ha forse voglia di farne subito un altro. Il disco lo si lascia lì un po’, quasi a decantare, quasi a prendere fiato, aria. E’ un album corposo che ha degli alti e bassi, molto pop e a tratti forse un po’ troppo malinconico, meno effervescente di quello che ci si poteva aspettare.
Detto ciò Giusy è una brava interprete, si sa muovere nelle sue canzoni e in quelle scritte da altri. Prima prova quasi superata quindi, l’aspettiamo curiosi per sentire la seconda.

TRACKLIST:
“L’amore e basta!”
“Novembre”
“Stai fermo lì”
“Non ti scordar mai di me”
“Aria di vita”
“Passione positiva”
“La scala (The Ladder)”
“Pensieri”
“In assenza”
“Il sapore di un altro no”
“Cuore assente (The la la song)”
“Piove”
“Il party”

Tratti da Rockol

Gianchy69
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categoria : musica
venerdì, 16 gennaio 2009, ore 18:11

Brunonia Barry - La lettrice bugiarda

È estate e l'oceano ruggisce al largo della città di Salem. Towner Whitney è tornata dove tutto è cominciato. La grande casa segnata dalla salsedine è avvolta dal silenzio. Eppure a Towner sembra ancora di vedere la sua gemella Lindley mentre, con lei, ride e legge il futuro secondo un'antica arte trasmessa di madre in figlia tra le strane donne della famiglia Whitney. Towner era fuggita da tutto ciò, prigioniera del senso di colpa e della follia. Perché l'ultima volta che aveva previsto il futuro, Lindley era morta. Quindici anni dopo, la scomparsa dell'amata zia Eva la costringe a fare ritorno. Per ritrovarla, Towner non ha altra scelta: deve affrontare il segreto che la lega indissolubilmente a Lindley. Un segreto che affonda le radici in un passato inconfessabile che molti, nel clan Whitney e nella chiusa comunità di Salem, hanno cercato di rimuovere. Dalla madre di Towner, May, una donna dura e solitaria, che vive su un'isola sperduta, alla fragile Emma, marchiata da una ferita indelebile, fino a Cal, un ambiguo predicatore. Quando il corpo di Eva viene restituito dalle onde e un'altra ragazza scompare, Towner capisce di essere precipitata di nuovo nell'incubo di quella calda estate di quindici anni prima. Circondata dalle chiacchiere e dai sospetti, non può fare affidamento che su sé stessa. È questa l'eredità che Eva le ha lasciato: scrutare il futuro e distinguere vero e falso, odio e amore, realtà e sogno. Solo allora il velo che offusca il suo destino si solleverà.

Donato Carrisi - Il Suggeritore

Il macabro ritrovamento di alcuni resti insinua l’angoscia tra la popolazione e apre la porta all’orrore per la squadra investigativa del Dipartimento di Scienze Comportamentali della Polizia federale, guidato dall’ispettore capo Roche, di cui fanno parte tre agenti, Sarah Rosa, Stern, Klaus Boris e, come consulente, lo psichiatra e criminologo Goran Gavila.
A loro si unisce l’investigatrice Mila Vasquez, specializzata nel ritrovamento di persone scomparse, in un’indagine ad alta tensione, in cui ogni omicidio viene usato per svelare un crimine ancora più efferato, sotto l’accurata regia di un suggeritore…
Ancor prima dell’uscita in libreria, questo romanzo ha provocato un vortice di ammirazione e attesa, tanto da essere già in via di pubblicazione nei maggiori paesi europei.
Non è solo un thriller scritto da un autore italiano agli esordi, che si confronta con un genere finora appannaggio dei grandi autori americani, reinventando le regole del gioco. È molto di più: è una storia che non dà tregua, che esplora la zona grigia fra il bene e il male fino a cogliere l’ultimo segreto, il minimo sussurro.
Qualcosa di sconvolgente è successo, qialcosa che richiede tutta l’abilità degli agenti della Squadra Speciale guidata dal criminologo Goran Gavila. Il loro è un nemico che sa assumere molte sembianze, che il mette costantemente alla prova in un’indagine in cui ogni male svelato porta con sé un messaggio. Ma soprattutto, li costringe ad affacciarsi nel buio che ciascuno si porta dentro. È un gioco di incubi abilmente celati, una continua sfida.
Sarà con l’attivo di Mila Vasquez, un’investigatrice specializzata nella caccia alle persone scomparse, che gli ingani sembreranno cadere uno dopo l’altro, grazie anche al legame speciale che comincia a formarsi fra lei e il dottor Gavila.
Ma un disegno oscuro è in atto, e ogni volta che la Squadra sembra riuscire a dare un nome al male, ne scopre un altro ancora più profondo…

Tratte da IBS

 

Gianchy69
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categoria : libri
venerdì, 16 gennaio 2009, ore 17:51

The Millionaire
(Slumdog Millionaire, UK/Usa, 2008)
Regia: Danny Boyle

Aiuto del pubblico, 50 e 50, telefonata a casa. Sono gli aiuti a disposizione di chi si siede davanti al presentatore di "Chi vuol essere milionario?" con l’intenzione di arrivare il più in alto possibile, magari diventare proprio milionario. Li conosciamo tutti, inutile dirlo, il già solo citarli ci mette nella condizione di prepararci ad una buona dose di suspanse visto che si scommette non solo sulla risposta giusta, ma anche sulla cultura del partecipante.
In questo caso, seduto davanti al Gerry Scotti indiano è il poco più che ventenne Jamal, il protagonista del nuovo film di Danny Boyle.
Il regista inglese già autore di "Trainspotting" e "The Beach", fedele al motto "ogni volta che mi cimento con un genere diverso, mi sento come all’esordio e riesco a dare più freschezza al racconto", stavolta è infatti volato in India (dove non era mai stato) per girare una favola tanto indiana nell’anima, quanto occidentale nell’occhio. I dodici quiz che vengono proposti a Jamal per arrivare alla meta finale sono, infatti, l’occasione per conoscere la storia di questo ragazzo nato paria, scampato a mille traversie, e ora aspirante paperone. La vita di un ragazzo che ha fatto del ricongiungimento con la sua amata Latika la sua ragione di vita e che è pronto a sacrificare tutto sé stesso in nome dell’amore.
Boyle ci racconta tutto questo come un thriller, fa un abile uso del flashback e tiene sulle spine qualsiasi spettatore giocando sulla credibilità del personaggio anziché sulla sua cultura. Dentro c’è uno dei fondamenti della cultura indiana, il karma, il destino inteso come frutto delle azioni (positive) della persona, ma anche i colori e il melodramma indiano, quella Bollywood che stiamo conoscendo sempre più. Ne esce un ibrido culturale affascinante, ritmato, un intrattenimento che ben calibra humour e thrilling lasciando comunque spazio a riflessioni ad ampio raggio sulle condizioni disumane che tanti ragazzini (non solo indiani) si trovano a dover affrontare quando lo stato latita e intorno i grandi non si fanno tanti scrupoli. Chissà che non sia questa la sorpresa ai prossimi Academy awards.

Madagascar 2
(Madagascar 2, Usa, 2008)
Regia: Eric Darnell, Tom McGrath

Quando si è guidati da quattro pinguini che, per quanto organizzati e efficienti siano, rimangono comunque degli improbabili ingegneri, è facile che i progetti di fuga in nave o in aereo non vadano a buon fine. Così capita ai protagonisti di Madagascar, i quattro animali scappati dallo zoo di NewYork e che ora si ritrovano non più nell’Africa insulare che diede il nome alla loro prima avventura, ma in quella sub sahariana che probabilmente diede i natali a molti di loro. Sicuramente di Alex il leone, che lì ritrova finalmente quei genitori da cui fu strappato e che ora sono ben felici di riprenderlo nel branco. Ma non tutto va come dovrebbe andare...
Il secondo episodio di quello che è stato uno dei maggiori successi cinematografici per un cartone animato non Disney-Pixar (questo è Dreamworks) è un film più ricco di trama (rispetto al precedente) e, allo stesso tempo, più libero di divagare sulle situation comedy e insistere sui suoi personaggi "forti". Gli irresistibili pinguini hanno più spazio, la testarda vecchietta della metropolitana è stavolta il perno di una vera e propria storia, il remix dell’accattivante ritornello "I like to move, move it" viene subito utilizzato per dare brio alla vicenda e il Re Julian ne combina di tutti i colori. Sui quattro originali protagonisti della vicenda, leone, giraffa, zebra e ippopotamo, si fa gioco invece sulla "operazione nostalgia": li vediamo assieme, di spalle, sul panorama al tramonto e si insiste su un legame intra-razziale che solo degli animali che sono stati uniti in uno zoo possono provare, ricordando al contempo che la loro vera natura sarebbe stata quella di vivere ognuno tra i propri simili nel nativo continente nero (recuperando la brutta impressione che aveva dato il primo episodio, quando sembrava che lo zoo fosse in definitiva il miglior luogo possibile per la combriccola). Ne esce un racconto ricco di umorismo, apprezzabile sia dai più piccoli che, forse di più, dagli adulti. Molta comicità è volutamente non sense, il richiamo alle tematiche di Lost o al modus vivendi newyorkese è tanto spassoso quanto apprezzabile solo da chi ama la comicità americana alla Woody Allen (non che si raggiungano quelle vette, ma quello è il modello), a scapito di risate più legate allo slapstick. Quanto a articolazione della trama, resa grafica e genialità, siamo ancora lontani dai capolavori Pixar, ma il piacere che comunque un film del genere dà ad uno spettatore è ben al di sopra di tante pellicole più o meno impegnate con attori in carne ed ossa.

Tratte da FilmUp

Gianchy69
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categoria : cinema
lunedì, 12 gennaio 2009, ore 17:55

BOLOGNA - Il Bologna di Sinisa Mi­hajlovic ha costruito il settimo pareg­gio, ma se da una parte è ancora im­battuto, da un’altra contro il Chievo ha sbagliato la partita che poteva es­sere quella della svolta. Che fosse una domenica complicata per il Bologna era intuibile, primo perché a Bologna quelli del Chievo si giocavano la vita, secondo perché quando hai alle spal­le una lunga sosta finisci inevitabil­mente per perdere i giusti ritmi e an­che la giusta tensione agonistica, e una volta sul campo i giocatori rosso­blù se ne sono resi conto da subito, trovando sempre la strada sbarrata sia sui sentieri centrali che su quelli laterali. Un po’ per le loro colpe, cer­to, perché si sono fatti prendere trop­po presto dalla frenesia di mettere sotto il Chievo e di far finire agli ar­chivi la domenica, ma anche per le colpe dello stesso Chievo. Che soprat­tutto nel primo tempo ha aggredito il Bologna (modellato sul 4-4-2) da tut­te le parti, che è stato bravo a rende­re difficili anche con Pellissier ed Esposito le ripartenze della squadra di Mihajlovic e che ha saputo sempre abbassarsi con tanti uomini nella fase di non possesso palla. Morale: al Bolo­gna sarebbe servita una bella dose di lucidità per trovare il pertugio giusto entro il quale infilarsi, ma dopo un av­vio confortante ecco che con il passa­re dei minuti i rossoblù si sono inte­starditi a cercare sfondamenti impro­babili, soprattutto sul binario destro, e a portare troppo il pallone invece di scaricarlo, finendo solo per fare il gio­co del Chievo, nonostante a Di Carlo mancassero i due centrocampisti tito­lari, Bentivoglio e Italiano. E rischian­do addirittura un paio di volte di pren­dere gol, quando con un passaggio fa­cile facile avrebbero potuto uscire dal­la loro area con la sigaretta in bocca.
Al minuto 41 Mihajlovic ha tolto Marchini per impiegare Adailton co­me esterno destro alto, volendo assi­curare più qualità al Bologna, ma po­chi attimi più tardi Pellissier ha anti­cipato di testa amici e nemici, e a quel punto Mihajlovic ha buttato il cappot­to per terra, rimanendo in giacca, for­se anche per suonare la carica. E c’è da dire che il Bologna ha avuto la for­tuna di agguantare il pari prima del- l’intervallo, perché se fosse andato ne­gli spogliatoi sotto di un gol avrebbe di sicuro vissuto un seconda parte tre­menda anche a livello psicologico. E’ successo che al minuto 45 Moro ha at­terrato in area Di Vaio, calcio di rigo­re, e lo stesso Di Vaio ha battuto Sor­rentino, firmando il suo gol numero 13, quello del primato solitario nella classifica dei cannonieri.
Nel secondo tempo il Bologna ha da­to l’impressione di aver capito la le­zione e di sapere come il Chievo dove­va essere attaccato, ma è stato un fuo­co di paglia, perché dietro Yepes e Morero non hanno sbagliato un colpo e perché gli uomini di Mihajlovic sono spesso mancati nella penultima gioca­ta. Più che la partita è andata avanti più il Bologna e il Chievo si sono allun­gati sul campo, sapendo bene che so­lo la vittoria avrebbe potuto consenti­re a tutti e due di sorridere alla fine della giostra. A un certo punto Miha­jlovic ha cambiato faccia al Bologna sul piano tattico, disegnandolo con i tre centrocampisti centrali e con Adailton alle spalle di Bernacci e Di Vaio, ma la musica è rimasta la stessa. Antonioli è stato bravo a ribattere in uscita una conclusione di Esposito, poi Amoroso ha preso il posto di Valiani. Al minuto 36 Mudingayi si è fatto but­tare fuori per un fallo da dietro su Lu­ciano, e con l’uomo in meno il Bologna ha pensato soprattutto a non subìre gol. Mingazzini ha rilevato Bernacci e sull’altro fronte D’Anna ha sostituito Rigoni. Nell’ultima fetta della partita il Chievo ha provato a costruire un mezzo assalto, chiudendo il Bologna nella sua metà campo, ma all’atto pra­tico non è mai stato pericoloso. Alla fi­ne la gente di Bologna ha fischiato la squadra.

Tratta da Corrieredellosport.it

Gianchy69
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categoria : bologna
lunedì, 12 gennaio 2009, ore 17:53

Quarta stop consecutivo per la Premiata, che proprio a Bologna (sponda Virtus) mette in discussione la partecipazione alle final eight di coppa Italia. Vittoria scaccia fantasmi, invece, dopo il -26 di Siena, per La Fortezza, con un super Langford (m.v.p., 11 rimbalzi, 4 stoppate, 8/11 73% dal campo) nel motore dei bolognesi. La partenza è lenta per entrambe, esclusa la solitaria fiammata iniziale di Ford (7 punti) per il 9-4. Poco ritmo anche nel 2° quarto, tuttavia i locali, sorretti da un positivo Giovannoni e guidati da un Boykins versione diesel, hanno il merito di fornire un’accelerata alla gara e con un parziale di 10-1 scappano sul +11 (38-27 al 18'16"). Una fortunosa tripla di Hunter sulla sirena dei 24" è l’ultimo canestro prima dell'intervallo lungo, per il 41-35. Montegranaro, aggrappata alla prepotenza fisica di Hunter (11 rimbalzi) rimane in scia, giungendo sul -2 al 27'25" con il canestro pesante di Garris (51-49). Ma quando Langford mette la sesta marcia e giungono pure i punti di Vukcevic (3/3 da 3) dalla panchina, i bianconeri piazzano il break decisivo (19-6 dal 28' al 35') che li portano sul +15 (70-55). Hunter si sgonfia, limitato dalla stazza di Chiacig, Minard si sveglia tardi, così La Fortezza chiude sul velluto (+17 al 36'30", 77-60).
La Fortezza Bologna: Langford 18, Boykins 12, Giovannoni 11, Vukcevic 11, Chiacig 11
Montegranaro: Hunter 21, Minard 17, Garris 10


Tratto da Gazzettadellosport.it

Gianchy69
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categoria : virtus
martedì, 23 dicembre 2008, ore 12:51

LECCE - E’ finita con uno zero a zero che né il Lecce né il Bologna avrebbero desi­derato, anche se a giochi chiusi per il Bo­logna non è un risultato da guardare stor­to, ma di sicuro un pareggio con gol avrebbe meglio rispecchiato l’andamento della partita - decisamente condizionata, in negativo, da un fortissimo vento - per­ché il Bologna lo ha accarezzato almeno per due volte e ha giocato meglio per una sessantina di minuti e perché il Lecce ha pensato di aver fatto tre volte bingo dopo che sono entrati a metà della seconda par­te Zanchetta e Castillo, con l’attaccante che ha cambiato faccia alla sua squadra, assicurando forza, centimetri e anche la giusta profondità. A dire la verità, il gol il Bologna lo aveva segnato, a pochi attimi dalla fine con Di Vaio, ma una bandieri­na alzata che farà discutere ha indotto Morganti ad annullarlo. Il Lecce, da par­te sua, è stato tradito da Tiribocchi, che ha copiato l’errore madornale che aveva commesso Bombardini.
Qualche sussulto colorato di giallo e rosso, una conclusione di Tiribocchi fini­ta fuori di poco e un paio di interventi im­portanti di Terzi e Moras nelle vicinanze di Antonioli, ma come preteso da Mihajlo- vic il Bologna è stato propositivo da subi­to, perché ha riattaccato il Lecce sia in mezzo che sui lati, perché con il rombo a centrocampo è entrato sempre più dentro la partita con il passare dei minuti, co­stringendo il Lecce a stare basso e ad al­lungarsi, con la conseguenza che davanti Tiribocchi e Cacia sono stati serviti poco e male. Bombardini si è mangiato con il destro, che non è il suo piede, un gol che sembrava fatto, Moras ha deviato alto un appoggio di testa di Terzi. Il Lecce è stato bravo a superare questi 5’ complicati, ha reagito, ha alzato di una decina di metri il suo baricentro, avvicinandosi di più al­l’area di Antonioli, ma non è andato al di là di un tiro fuori da buona posizione di Cacia, dopo un errore di Terzi. In pratica, la prima parte è finita qua.
Dopo i fischi alla fine del primo tempo, la gente di Lecce ha urlato alla sua squa­dra di tirare fuori il carattere, e il Lecce ha preso alla lettera questo suggerimento. Roba di una decina di minuti, perché poi il Bologna ha provato a invadere di nuovo l’altra metà campo, ma Di Vaio ha conti­nuato a essere meno... Di Vaio del solito e anche Valiani non ha trovato la giocata.
Al 19’ Cacia ha graziato Antonioli, poi Beretta ha buttato dentro Zanchetta e Ca­stillo (per Munari e Cacia) e il Lecce ha subito creato due occasioni, grande para­ta di Antonioli su Castillo e Tiribocchi ha calciato alto a porta vuota, poi Castillo ha colpito la traversa da fuori area. Terzi ha ribattuto un tiro a colpo sicuro di Tiriboc­chi, Adailton ha preso il posto di Valiani (una sottolineatura: nonostante la burra­sca, Mihajlovic ha aggiunto un attaccan­te), poi il Lecce ha ripreso a spingere. Nel­l’area di Antonioli sono piovuti un paio di palloni avvelenati, ma hanno avuto la me­glio i difensori. Sulla testa del Lecce sono arrivati ancora fischi, mentre i pochi tifo­si rossoblù hanno regalato applausi al Bo­logna di Mihajlovic, ancora imbattuto in campionato, sei pari e una vittoria.

Tratta da Corrieredellosport.it

Gianchy69
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categoria : bologna
martedì, 23 dicembre 2008, ore 12:49

Uno strepitoso ultimo quarto di Jaycee Carroll (14 punti) permette a Teramo un colpaccio clamoroso in casa della Virtus, che affonda insieme al suo leader Boykins, perfetto per tre quarti di gara ma ncapace di gestire con freddezza i momenti decisivi. La Tercas impreziosisce così il suo strepitoso campionato con un'altra perla che la proietta tra le inseguitrici di Siena. Per la La Fortezza secondo stop consecutivo che deve fare riflettere: la Montepaschi è ancora lontana. Solo dopo 8' Boniciolli si decide ad abbassare il suo quintetto di colossi, quando Teramo è già a +16 (8-24). La Tercas sfrutta a suo favore la differenza di centimetri: ritmi alti, triple a raffica (4), con Poeta, Carroll, Moss e Amoroso tagliano a fette la difesa bianconera. Ma quando anche la Virtus mette in campo i cinque da corsa, la gara ribalta il suo copione. Protagonista assoluto Langford, ormai il miglior sesto uomo del campionato, che con 10 punti in meno di 5' innesca il parziale di 16-4 che vale la parità (28-28). Ci mette del suo anche Vukcevic con due giochi da quattro punti, mentre lo stacco del +7 (40-33) è firmato da Arnold, Ford e Boykins, che manda in confusione Poeta. Si va al riposo con La Fortezza sopra di 4 (48-44), ma Teramo fatica a stare a ruota. Nel terzo quarto, il match non si spacca solo perché Boniciolli richiama a sedere Boykins (terzo fallo), ma al ritorno in campo dell'ex Nba, la Virtus schizza a +9 (61-52). Sembra fatta e invece ecco il colpo di scena: stringendo un po' la difesa e spuntando tiri pesanti la Tercas spreme un break di 10-2 che la rimette clamorosamente nel match -2 (61-59) al 32' e al 38' (74-72). A 1'15" dalla sirena Carroll imbuca la tripla del vantaggio (76-77). E poi, con un sottomano, chiude il conto.
Bologna: Boykins 17, Arnold 13, Langford 12, Vukcevic 12
Teramo: Carroll 24, Moss 21, Amoroso 12

Tratto da Gazzettadellosport.it

Gianchy69
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categoria : virtus
mercoledì, 17 dicembre 2008, ore 18:06

BOLOGNA - La prima vittoria di Sini­sa Mihajlovic, dopo cinque pareggi di fila, nella notte del ritorno di Walter Novellino sulla panchina del Torino. E’ finita 5-2, tre gol di Marco Di Vaio (che ha agguantato Diego Milito nella classifica dei cannonieri), è finita con una festa tutta colorata di rosso e di blu, ma quante sofferenze ha dovuto vivere il Bologna. Che nel primo tem­po è andato sotto dopo pochi attimi ed essendo pieno di esterni e senza pen­satori in mezzo al campo, ha fatto ine­vitabilmente fatica. Qua è stato bravo Mihajlovic, che lo ha rivoltato sul pia­no tattico e azzeccato tutti i cambi, con Volpi e Bernacci che sono diventati protagonisti da subito, di fronte a un Torino che dopo essere passato per la seconda volta in vantaggio, fate conto che sia sprofondato, evidenziando tut­ti i suoi attuali limiti in copertura e so­prattutto in difesa. Bisogna riconosce­re che ancora una volta il Bologna ha dimostrato di avere un grande carat­tere, perché ha saputo soffrire negli attimi della burrasca e poi è esploso, quando il vento ha cominciato a gira­re dalla sua parte.
E’ evidente che il gol di Barone al minuto 7, figlio di un fallo laterale a favore del Torino sul quale tutto il Bo­logna ha dormito, ha complicato il sa­bato di Mihajlovic e della sua squadra, che era stata costruita, certo, per at­taccare ma non per sfondare il muro che a quel punto Novellino ha fatto fabbricare davanti alla sua difesa, perché c’è da dire che nella fase di non possesso tutto il Torino si è abbas­sato sotto la linea della palla. Senza di­menticare che quando hai Terzi ester­no destro basso e due centrali di cen­trocampo più portati a distuggere che ad attaccare no, non puoi sperare di fare gioco. E’ vero che il Bologna ci ha provato in tutti i modi a trovare una breccia, soprattutto chiamando Lan­na a sinistra e Coelho a destra a met­tere in mezzo qualche pallone, ma vuoi perché spesso Marazzina e Di Vaio hanno fatto spesso gli stessi mo­vimenti vuoi perché è dura per tutti andare a prendere il pallone di testa a gente come Natali e Pratali, è andata che nonostante qualche errore dietro, il Torino ha salvato la pelle. Anzi, in contropiede è stato pericoloso, soprat­tutto con Amoruso e con Abate che prima a destra e poi a sinistra ha crea­to affanni al Bologna con la sua velo­cità. Fatto sta che è diventato protago­nista Antonioli, che è stato da applau­si prima su Bianchi e poi su un appog­gio con il petto di... Lanna. Al minuto 30 il Bologna ha chiesto il rigore (a ra­gione, c’era tutto) su una spinta di Pi­sano a Marazzina, poi una grande gio­cata di Coelho non è stata sfruttata da Di Vaio. La prima parte si è chiusa con un altro sussulto: Natali ha colpi­to di testa, Antonioli ha respinto il pal­lone, quando aveva già superato del tutto la linea bianca? Probabile.
Nel secondo tempo Mihajlovic ha cambiato il Bologna, costruendo un rombo a centrocampo, con Volpi bas­so e Valiani alle spalle delle due pun­te. Bene, fate conto che siano comin­ciati i fuochi artificiali, perché nel gi­ro di sette minuti sono arrivati tre gol. Prima ha pareggiato il Bologna con un’autorete di Pratali su conclusione di Volpi, poi Britos ha deviato nella sua porta un pallone di Abate (grande il suo spunto su Lanna), successiva­mente Di Vaio ha firmato il 2-2. A que­sto punto Mihajlovic ha fatto entrare Bernacci al posto di Marazzina, dal­l’altra parte si è fatto male Diana e Novellino ha inserito Rubin. La parti­ta è diventata scoppiettante, anche perché le marcature si sono allentate, e il Bologna è passato in vantaggio an­cora con Di Vaio: sul suo tiro non è sembrato impeccabile Sereni. Che qualche attimo più tardi ha commes­so un altro pastrocchio, atterrando Bernacci in area dopo aver provato a dribblarlo. Rigore, Bernacci ha segna­to il 4-2. Novellino ha tolto Bianchi e mandato in campo Stellone. Il Toro è andato all’assalto, ma la sua notte è di­ventata ancora più nera, perché Pra­tali ha steso Bernacci solo davanti a Sereni. Espulso Pratali, nuovo rigore, e gol numero 3 di Di Vaio. Titoli di co­da, con la curva del Bologna quasi in delirio.

Tratta da Corrieredellosport.it
Gianchy69
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mercoledì, 17 dicembre 2008, ore 18:05

CASERTA, 13 dicembre 2008 - La Eldo si esalta nelle difficoltà e nell'emergenza e batte 78-68 la corazzata Bologna. Senza "Superman" Guillermo Diaz, Caserta trova un ottimo Horace Jenkins (molto migliorato rispetto alla precedente partita nella quale era sembrato la controfigura dell'ex giocatore della Fortitudo) e intravede il vero Foster (19 punti, 4 rimbalzi e 5 palle recuperate). Gli ospiti invece incassano la terza sconfitta stagionale che frena la rincorsa alla capolista Siena.
AVVIO - La Virtus parte subito forte nei primi 5' grazie a 7 punti di Earl Boykins, che firma il primo parziale di 9-0. A rispondergli è Shan Foster che porta avanti la Juve con 10 punti nel solo primo quarto, chiuso sull'11-18 per gli ospiti. La partita si accende nei secondi 10' grazie a Jenkins, che con 7 punti consecutivi conditi da una palla rubata ai danni di Boykins, infiamma il Palamaggiò e permette alla Juve di ricucire lo strappo arrivando al 18-20 al 13'. Ma è 5' più tardi che, grazie alla forte difesa, la Eldo infila un parziale di 9-0 che porta il punteggio sul 31-26, e segna anche il primo e massimo vantaggio della squadra di casa. I primi 20' si chiudono 35-38 ancora grazie all'azione di Boykins che ne mette altri 7 consecutivi e porta il suo bottino a 19 punti, metà del totale della Virtus.
RIPRESA - Il terzo quarto si apre con una tripla di Foster che riporta la Eldo a -1 (39-40), ma è grazie a 9 punti del folletto bianconero Jenkins che la Juve raggiunge e sorpassa la Virtus al 23' (42-40). Difesa forte e contropiede permettono ai bianconeri di casa di recuperare 9 palloni in difesa e di allungare il vantaggio e mettere insieme un parziale di 10-0, non interrotto neanche dal black-out del Palamaggiò del 26', che porta la Eldo al massimo vantaggio della partita (52-42). Il quarto periodo comincia con 2 bombe a testa per le due squadre. La Virtus intanto recupera fino al 63-63 su tiro da 3 di Vuckcevic al 34'. Poi la Virtus passa con Langford ed Arnold dalla lunetta. L'inerzia è tutta dalla parte dei bolognesi quando al 36' il secondo black-out interrompe di nuovo la sfida. Rientra Di Bella al 37' ed infila 9 punti consecutivi che permettono alla Juve di vincere e portare a casa 2 punti importantissimi per la classifica.
Eldo Caserta: Foster 19, Jenkins 18, Di Bella 11.
La Fortezza Bologna: Boikins 19, Arnold 12, Vukcevic 11

Tratto da Gazzettadellosport.it
Gianchy69
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mercoledì, 10 dicembre 2008, ore 13:03

REGGIO CALABRIA - Strana parti­ta. Lampi di spettacolo, soprattutto in occasione dei gol, ma anche lunghe pause di sofferenza. Sfida delicata, carica di eccessivi significati. La Reggina l'ha giocata meglio, se non altro perchè ha avuto il merito di ave­re creato sei palle gol. Il Bologna ha messo in mostra carattere e alcune pregevolezze tecniche (soprattutto in Valiani e Di Vaio), ma ha fatto vede­re i soliti problemi difensivi e la man­canza di potenza in un centrocampo che ha avuto nel solo Mudingayi un argine valido all'avanzata dei rivali.
Se il migliore in campo è stato Anto­nioli (tre grandi interventi su Brien­za più un mezzo miracolo, complice Cozza, nel finale), la trama del match è facilmente intuibile. Ma sarebbe un errore pensare a un Bologna remissi­vo. Nei primi venti minuti della ri­presa gli emiliani hanno preso per il collo la partita. Mingazzini e Valiani hanno intensificato il loro contributo, il secondo ha avuto addirittura il me­rito di avere cambiato volto alla gara. E la Reggina ha sofferto. Per due vol­te in vantaggio è stata azzannata da due splendide giocate degli emiliani ( che hanno anche centrato una tra­versa con Britos).
Tre palle gol, tre errori. Non è stato certo il Brienza dei giorni migliori. Ma la Reggina non è stata solo lui. Ha evidenziato un buon calcio la squa­dra di Orlandi che ha saputo appro­fittare delle indecisioni difensive del Bologna. Il primo gol è stato un misto di bravura e ingenuità. Adailton è ar­rivato tardi su un recupero e da quel momento il Bologna è sembrato fer­mo, come se fosse rimasto incantato dalla manovra dei calabresi. Alvarez, Cozza, Brienza, Corradi, gol. Troppo spazio, troppi tocchi. Bologna blocca­to, ma che giocata della Reggina.
Il secondo vantaggio reggino è nato su palla inattiva. Angolo a rientrare di Brienza per uno schema che è sembrato essere stato più volte pro­vato in allenamento. Da trenta metri, Barreto ha indovinato di controbalzo la botta giusta.
E' sembrato trasformata la squadra di Mihajlovic in apertura di ripresa. Valiani ha incantato (botta a volo per il gol del primo pareggio, assist nel raddoppio), Di Vaio non ha sbagliato quando è stato il suo turno (nono gol in campionato). Ma poi è tornato ad allungarsi troppo il Bologna, il cen­trocampo ha perso il passo e gli spa­zi si sono allargati. E la grande occa­sione è volata via. Sarebbe stata una punizione ingiusta per la Reggina che alla fine è la squadra che ha più da recriminare. Ha tenuto a lungo il pallino in mano, ha mostrato maggio­re pericolosità. Ma ha sbagliato trop­po, lasciando anche spazi troppi am­pi in fase difensiva. E alla fine ha portato a casa assai meno di quello per cui aveva lavorato.

Tratta da Corrieredellosport.it
Gianchy69
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